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Escursione in Val Cervara

Escursione in VAL CERVARA – FORESTA VETUSTA

Villavallelonga 08 ottobre 2017 – Relazione a cura di T. Bianchi

Domenica 08 ottobre 2017, insieme ad alcuni rappresentati del CAI di Sassuolo, ad un folto gruppo del CAI di Pescara e ad alcuni rappresentanti del TAM Abruzzo, il CAI di Coppo dell’Orso è stato impegnato in una bellissima escursione nel cuore della foresta vetusta della Val Cervara (riconosciuta patrimonio mondiale dall’UNESCO), nel comune di Villavallelonga.
Partendo dalla località “Prati d’Angro” ci si è inoltrati nella valle seguendo il sentiero R5 e, passando per la “Fontana di Val Cervara” e per un bellissimo belvedere, si è arrivati al valico di “Fonte Puzza”.
Lungo la parte iniziale del sentiero sono stati allestiti dei pannelli esplicativi finalizzati all’educazione e alla comunicazione ambientale che aiutano a comprendere l’ecologia della faggeta ed alcune sue particolari caratteristiche.
Ci si è incamminati in un umido scenario autunnale, tra i mille segreti del sottobosco, affascinati dalle chiome degli alberi intrecciate tra loro, dai rami adorni di foglie dai colori variegati, dai tronchi maestosi dalla corteccia rivestita di muschi e licheni, dai suoni del bosco, dai giochi di luce che filtra dall’alto a creare una suggestiva atmosfera.
La foresta si presenta come uno scrigno incontaminato di peculiarità naturalistiche e paesaggistiche, ricco di una biodiversità protetta e conservata nei secoli, in cui la natura ha potuto prosperare liberamente in tutte le sue espressioni.

Oltre ad un certo “isolamento” geografico, se un simile ecosistema dal valore inestimabile è potuto giungere fino ai giorni nostri nella sua integrità lo si deve anche all’impegno del botanico Loreto Grande, originario di Villavallelonga, che si è fortemente battuto per evitare il taglio della foresta e preservarla con tutti i suoi esemplari secolari.
Lungo il percorso ci si imbatte in faggi di notevoli dimensioni, affiancati da alberi in fase di degradazione, alcuni benché morti rimasti in piedi, altri adagiati a terra, alcuni rimasti integri, altri frammentati. Dove a morire sono stati alberi di grandi dimensioni si sono create aperture nella copertura arborea da cui il filtrare della luce nel sottobosco ha consentito l’inizio di un nuovo ciclo di vita per giovani alberi che sono andati ad occupare lo spazio resosi disponibile. Laddove le aperture createsi sono molto ampie e la quantità di luce che riesce ad arrivare al suolo è maggiore, si sono affermate anche specie più esigenti di luminosità come, per esempio, aceri e sorbi. I nuovi giovani alberi competono tra loro per la conquista di luce e sostanze nutritive in una disputa che porterà alla naturale selezione tra dominanti e dominati. L’alternarsi tra fasi di degradazione e fasi di rinnovazione contribuisce a determinare un’elevata eterogeneità nella struttura di questo bosco.
Come in una “piramide ecologica”, l’energia solare, trasformata dalle piante in molecole di carboidrati per effetto della fotosintesi, viene successivamente trasferita agli erbivori che si nutrono di tali piante e, ancora, da questi ultimi ai loro rispettivi predatori, di livello in livello.
In prossimità degli alberi morti sono evidenti rami spezzati, corteccia distaccata e legno ormai in decomposizione in un chiaro processo ciclico che li vedrà trasformarsi in humus per essere restituiti al suolo a determinarne una rinnovata fertilità.
Nello stesso tempo è chiaramente visibile come ci sia vita anche in un albero morto e come gli esemplari ormai divelti si siano trasformati in un habitat naturale per muschi, licheni, invertebrati, microrganismi oltre che per la nutrizione ed il riparo di molte specie della piccola fauna.
Tornando a casa, si porta nello zaino l’immagine indimenticabile di una valle ricca di verde e di un tesoro secolare ammantato sui suoi dorsali e nelle sue gole; la sensazione dei passi sulla terra soffice di foglie che, sostanza organica, torneranno a nutrire le radici in una sequenza naturale che si rinnova ciclicamente; la testimonianza dello spontaneo avvicendarsi di vita e morte, dalla giovane piantina che nasce al vecchio tronco che si spezza e muore; la percezione di un patrimonio che, sottratto alla veemenza dell’uomo e lasciato al suo destino, è stato in grado di conservarsi seguendo il ritmo spontaneo ed istintivo della natura…per questa ragione, come insegna la comune passione per la montagna, a noi “spettatori” è consentito lasciare solo le impronte dei nostri piedi e portare via solo ricordi e stupende sensazioni!

Val Cervara – foto di Tiziana Bianchi

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