18° Marcia Internazionale “Il sentiero della libertà” – Sulmona/Casoli (27-29/04/18)

La montagna si tinge di Rosa
maggio 7, 2018
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settembre 4, 2018
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18° Marcia Internazionale “Il sentiero della libertà” – Sulmona/Casoli (27-29/04/18)

XVIII Marcia Internazionale – Sulmona, Campo di Giove, Taranta Peligna, Casoli

 Il sentiero della libertà

27-28-29 aprile 2018

 

Nel weekend dal 27 al 29 aprile 2018 si è rinnovato l’appuntamento con la Marcia Internazionale “Il sentiero della libertà” giunta quest’anno alla XVIII edizione. Si tratta di una significativa manifestazione in cui, partendo da Sulmona fino a raggiungere Casoli, si ripercorrono i sentieri della Majella che, dal ’43 al ’44, rappresentarono la via di fuga per molti ex prigionieri e tanti italiani che lottarono per la liberazione d’Italia, divisa dalla Linea Gustav dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.      
La traversata consisteva in spedizioni, prevalentemente notturne, che partivano da Sulmona, costeggiavano Pacentro e giungevano a Campo di Giove per poi iniziare la ripida e faticosa salita verso Guado di Coccia, ad un’altitudine di circa 1700 metri, il punto più accessibile tra la Majella ed il monte Porrone da cui, nonostante freddo, neve e spesso bufera, si tentava la discesa verso Palena per raggiungere infine Casoli, sede del comando alleato.
Oggi la Marcia vede coinvolti centinaia di giovani, provenienti da più parti d’Italia e dall’estero, che ripercorrono quegli stessi sentieri attraversando luoghi e scenari molto belli dal punto di vista paesaggistico e naturalistico ma, soprattutto, ricchi di significato storico ed impregnati dell’eco di un’eroica resistenza.
Ringrazio il nostro socio Stefano che mi ha parlato di questa manifestazione in termini tali da suscitare in me interesse e curiosità. Gli sono davvero molto grata perché grazie a lui ho avuto l’opportunità di vivere un’esperienza di cammino, insieme ad altri soci della nostra sezione, immersa nella valorosa storia del nostro territorio fatta di coraggio, orgoglio e tanta generosità. Non a caso quest’anno, per la Festa della Liberazione del 25 aprile, l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto di visitare questi luoghi attribuendo un ruolo fondamentale all’Abruzzo che vide nascere i primi nuclei di opposizione alla tirannia del nazifascismo. Dopo tanti anni un importante riconoscimento: la resistenza italiana ha avuto origine dalla nostra terra e dalla forza del nostro popolo di ribellarsi all’oppressione. Nel suo discorso il Presidente ha ricordato come: “…tra queste montagne, così alte e innevate nell’inverno, sulle pendici del Gran Sasso e nelle valli della Majella, tra paesi e borghi d’alta quota, nacquero spontaneamente nuclei del movimento di resistenza al nazifascismo, i primi in Italia. Tra di essi vi erano intellettuali, contadini, pastori, militari tornati dal fronte, carabinieri, vi erano antifascisti di lungo corso ed ex militanti fascisti che si sentivano delusi e traditi, vi era tanta gente semplice decisa a difendere il proprio territorio dai saccheggi e dalle prepotenze. La riconquista della libertà e dell’onore ne costitutiva l’elemento unificante…”
Sono molti gli scritti che raccolgono le testimonianze di quanti, italiani e stranieri, vissero quel periodo in prima persona. Si tratta di pagine commoventi che attestano la generosa solidarietà del popolo abruzzese. Gente modesta, semplice, a cui la guerra aveva lasciato solo miseria, privandola di tutto fuorché di un forte senso di fratellanza verso quanti erano investiti dalla stessa sofferenza. E’ in virtù di una profonda umanità che i fuggiaschi venivano accolti nelle povere case di chi condivideva con loro il poco o il nulla che aveva, anche a rischio della propria vita. Nonostante rappresentassero presenze ingombranti ed azzardate che esponevano al pericolo di feroci rappresaglie, pur non conoscendone i trascorsi e spesso non comprendendone neppure la lingua veniva data loro umile ospitalità, probabilmente leggendo in fondo ai loro sguardi un supplizio ed un dolore ben noti. Erano italiani ma anche inglesi, polacchi, sloveni, americani, canadesi, neozelandesi, tante nazionalità, tante lingue, tante culture, ma tutti con un solo comune bisogno di un riparo, di un focolare, di un po’ di cibo, di una famiglia che li accogliesse e che hanno trovato nel popolo d’Abruzzo.
Oggi, per noi, camminare lungo quei sentieri è una scelta di piacere, è ragione di svago. Per quei resistenti, al contrario, la montagna è stata motivo di pena nella ricerca dell’indipendenza, è stata luogo di dolore nell’ascesa verso la dignità, ha rappresentato l’unica e sofferta possibilità verso una vita da uomini liberi.
Il sacrario dedicato alla Brigata Majella è un luogo di grande impatto anche per la sua suggestiva posizione.
La Brigata Majella fu tra le pochissime formazioni di patrioti ad essere incorporata nei reparti dell’esercito alleato e fu l’unica formazione partigiana ad essere decorata con la Medaglia d’Oro al Valore Militare alla Bandiera. Erano “combattenti di montagna” spinti più che dalle idologie dalla voglia di rivalsa e dall’istinto di sopravvivenza dopo aver subito soprusi, saccheggi ed angherie di ogni tipo ad opera degli oppressori.
Lungo il percorso colpiscono le lapidi, per ciascun comune di quelle valli, con l’elenco dei loro numerosi caduti. Se ci si sofferma a leggerle con un po’ d’attenzione balza agli occhi l’età di tante giovani vite spezzate, sacrificio immolato in nome dell’agognata libertà. La stessa età di tutti quei giovani che oggi, per tre giorni, riempiono quei medesimi luoghi con la vivacità, l’esuberanza e l’entusiasmo dei loro anni.
Nel 2001, nel suo discorso inaugurale della prima edizione della Marcia, è proprio ai giovani che il Presidente Ciampi rivolse l’invito ripreso dal poeta sulmonese Ovidio: “Guardate in alto, rivolgete sempre gli occhi alle stelle; abbiate ideali, credete in essi e operate per la loro realizzazione”.
Questo è il lascito ricevuto dalla generazione dei nostri nonni che hanno sofferto, lottato e creduto nel bene e nell’importanza della dignità di ogni uomo libero. Si tratta di un’eredità di grande peso di cui ciascuno di noi dovrebbe farsi carico, con rispetto ed estrema riconoscenza e con l’impegno di trasmettere alle nuove generazioni la memoria della storia affinché non si abbia mai più a rivivere l’orrore della guerra.

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