6 Febbraio 2020 - , ,

Storia della conservazione del lupo appenninico di Gino Di Cesare

Appennino.tv vi offre un breve approfondimento sulla storia del predatore. Incontrarlo oggi, seppur sempre difficile per la sua elusività, costituisce una fortuna di cui è bene conoscere le radici.  Di Gino Di Cesare

Sono ancora nitide nella mente le immagini scioccanti del lupo appeso a una fermata dell’autobus nel riminese oppure le tante di lupi uccisi con colpi di fucile provenienti da tutta Italia.

I brutti episodi, purtroppo non sporadici, vanno ricordati per tenere accesi i riflettori sulla piaga del bracconaggio e, in particolare, sulle conseguenze negative dell’odioso fenomeno: quelle di rendere vani gli sforzi di conservazione fatti in passato (e ancora in atto) per salvare dall’estinzione specie protette come questo magnifico predatore, così importante per gli equilibri ecosistemici dell’Appennino.

Le nostre montagne, oltre alla capacità di accontentare ogni tipo di montanaro (con percorsi dal turistico all’alpinistico più impegnativo), possiedono uno scrigno di biodiversità che le rende uniche al mondo. Esse hanno un ruolo determinante per la salvezza non solo del lupo, ma anche di tantissime altre specie, quali ad es. il camoscio e (speriamo) l’orso marsicano.

Nessun altro animale come il lupo è stato in grado di suscitare nel tempo sentimenti così contrastanti oscillanti tra paura, odio, rispetto e protezione. Per conoscere la storia della conservazione del lupo non è necessario partire da lontano, ma basta soffermarsi agli inizi del secolo scorso, quando timide idee di conservazionismo cominciarono a farsi largo in alcuni strati della società.

In Appennino e, precisamente, lì dove sorgerà il Parco Nazionale d’Abruzzo, degli uomini lungimiranti compresero l’importanza della tutela del patrimonio faunistico e forestale. Tuttavia, come comprensibile, la loro visione non poté del tutto essere esente dai pregiudizi radicati nelle tradizioni agro-pastorali che dipingevano il lupo come un animale “cattivo” e perciò da eliminare.

È quello che si evince dalla “Relazione Sipari”, documento con cui l’Onorevole Erminio Sipari presentò il progetto del Parco Nazionale d’Abruzzo.

Dal testo del prezioso scritto si ricava come l’idea del fondatore del Parco e, in generale, del neonato mondo protezionista fosse quella di salvaguardare quasi esclusivamente l’orso marsicano, già ritenuto una specie unica a sé stante nella tassonomia animale.

Il lupo, invece, compariva nella lista dei c.d. animali nocivi, alla stregua del tasso, della volpe, dell’aquila ecc.

Essi furono quindi oggetto di una vera e propria caccia con ricompense diverse a seconda del numero e delle qualità dell’esemplare ucciso (es. lupa con prole ecc.).

Alcuni Comuni dell’Alto Sangro arrivarono anche ad assoldare dei cacciatori professionisti provenienti dalla Francia, paese in cui il lupo era stato sterminato già da molti anni, i quali ricevettero il compito di insegnare alla gente del luogo a riconoscere e seguire le tracce, scovare le tane, utilizzare le armi (tagliole, veleni, stricnina) ecc.

Il risultato fu che alla soglia degli anni ‘70 il lupo fosse sull’orlo dell’estinzione.

Ne rimanevano un centinaio di esemplari relegati negli angoli più remoti dell’Appennino centrale e della Sila.

La tendenza fu fortunatamente invertita grazie alla rivitalizzata gestione del PNALM.

Quest’ultima, con la collaborazione del WWF e ispirandosi al famoso incontro del Santo col lupo di Gubbio, ideò la c.d. “Operazione San Francesco”, cioè una serie di azioni atte a porre fine alla ingiusta persecuzione dell’animale.

In particolare, va ricordato l’inizio del sistema degli indennizzi per i danni subiti dagli allevatori a causa della fauna selvatica, forte strumento di mitigazione dei contrasti tra questa e le attività agro-silvo-pastorali.

Unitamente si diede l’avvio allo studio accademico della biologia e del comportamento del lupo nostrano per confermare le intuizioni  avute nel 1926 da Giuseppe Altobello, per le quali si trattava di una sottospecie con particolarità uniche: il Canis lupus italicus.

È famosa la foto in cui lo statunitense David Mech e lo svedese Erik Zimen catturano alla Camosciara un lupo per la prima ricerca moderna sulla specie.

Tutto ciò condusse il Governo nel 1973 a emanare un Decreto triennale per la protezione, convertito in legge definitiva nel 1976, quando finalmente il lupo fu dichiarato specie protetta.

Si portò avanti parallelamente una campagna di sensibilizzazione con lo scopo di “sdemonizzare” la figura del lupo.

Nel paese di Civitella Alfedena una vecchia stalla fu ristrutturata per ospitare il primo “Museo del lupo” e a pochi passi fu fatta sorgere la prima area faunistica dove ancora oggi è possibile osservare un branco di lupi in semi-libertà.

Grazie a tutto questo, e a tanto altro, oggi la popolazione del lupo in Italia conta un numero stimato tra le 1500 e le 2500 unità e si volge alla riconquista di tutti i territori di originaria appartenenza da cui era stata ingiustamente cacciata.

Un articolo sul lupo non sarebbe completo se non si trattasse di un’altra figura, importante per  aver sorretto l’economia delle aree interne: quella del pastore-allevatore.

Tutelare il lupo infatti necessariamente significa anche tutelare tutte le attività umane che con lui entrano in contrasto e, tra queste, quella pastorale è la più rilevante, anche nell’ottica di un suo rilancio teso a contrastare lo spopolamento.

Come detto, il sistema degli indennizzi ha dato una spinta nella giusta direzione, ma col passare degli anni ha dimostrato di costituire una riparazione solo momentanea senza risolvere definitivamente il problema.

I recinti elettrificati si sono rivelati utili (basti guardare i risultati forniti dal Parco in cui si evidenzia una diminuzione dei danni anche del 90 per cento), ma, se non mantenuti adeguatamente, possono essere elusi.

La soluzione allora sta nella riscoperta delle vecchie e sagge tradizioni secondo cui il miglior guardiano del gregge è fiero e silenzioso: il Cane Pastore Abruzzese, dotato dell’indispensabile “vreccale” (collare chiodato), la c.d. “Arma Bianca” (nome di un progetto di valorizzazione della razza canina lanciato dal PNALM nel 1997, poi abbandonato).

La storia del lupo, in conclusione, è utile per dimostrare la capacità dell’Appennino di suscitare emozioni ormai rare, come il sentirsi ospiti dell’ambiente naturale in un momento storico dominato dal delirio di onnipotenza dell’uomo.

Frequentare un bosco nell’Appennino crea sempre delle sensazioni speciali, forse proprio perché qui, da un momento all’altro, si può ancora avere la fortuna di incrociare lo sguardo con questo o altro magnifico animale.

È un ambiente capace di suscitare sentimenti unici e va strenuamente difeso, perché, come direbbe George Weeden, “il mondo ha bisogno del sentimento degli orizzonti inesplorati, dei misteri degli spazi selvaggi. Ha bisogno di un luogo dove i lupi compaiono al margine del bosco non appena cala la sera, perché un ambiente capace di produrre un lupo è un ambiente sano, forte, perfetto”.

Per saperne di più:

  • “Relazione Sipari”, di Erminio Sipari, edizioni Ente autonomo PNALM;
  • “Lupus in fabula. La lunga marcia del lupo”, di Franco Tassi, Stella Mattutina Edizioni;
  • “Conoscere il lupo”, I quaderni del Parco, Edizioni PNALM;
  • “Il lupo”, di Carmine Esposito, Muzzio Editore.

 

Autore: Gino Di Cesare